congrega da soli

Il filo di Arianna che guida i praticanti di magia può essere descritto come un insieme struggente di desiderio e di malinconia.
La spinta che ci porta ad esplorare le pieghe nascoste tra i piani della realtà, le curiose simmetrie tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, è spesso una nostalgia acuta, e a tratti straziante, per qualcosa che non abbiamo mai veramente vissuto.

Alcuni di noi nascono con la sensazione che ci sia qualcosa verso cui dobbiamo fare ritorno. Non è una consapevolezza razionale, ma piuttosto una serie di indizi nascosti nel nostro corpo: luci tremolanti di danze al crepuscolo tra fiamme e corone di fiori, nei nostri occhi; il battito potente dei tamburi, al centro del petto; una corsa notturna e sfrenata nei boschi, sotto i piedi; un coltello in una mano e, nell’altra, erbe che guariscono; un canto di sirena nel cuore e, sulla punta della lingua, una parola di potere che abbiamo dimenticato.

Come i nostri antenati greco-romani, cerchiamo un eterno ritorno a un’età dell’oro che non è mai esistita nel modo in cui noi la immaginiamo, un tempo di comunione con la natura e di libri di incantesimi dalle pagine ingiallite passati di madre in figlia.

L’illusione della congrega perfetta

Questa aspirazione perpetua è il fuoco sacro che ci spinge a trasformare noi stessi e le nostre vite in qualcosa che risuoni con i nostri sogni e i nostri valori, la speranza che ci fa rialzare quando la distanza tra il mondo e la società in cui viviamo e quelli in cui vorremmo vivere diventa intollerabile.
Allo stesso modo, però, può diventare un sentiero di fuochi fatui, che ci conduce in una palude di illusioni.

Quando muoviamo i primi passi su questo cammino, uno dei desideri più grandi è quello di trovare altre persone come noi, di poter accedere a una dimensione di comunità che non sia solo quella pubblica e formale dei luoghi di incontro, ma che si spinga in spazi più intimi e misteriosi.
Vogliamo le formule sussurrate nella notte; gli incanti autentici e antichi, passati di mano in mano; il potere e la complicità di chi condivide un segreto. Vogliamo, spesso, una congrega.

Cos’è davvero una congrega

Una congrega, per me, è uno spazio di ricerca, di meraviglia e di fiducia.
È il risultato dell’incontro tra persone che decidono di unirsi per esplorare e ricercare, per costruire assieme un progetto che può durare pochi mesi o molti anni.

Una congrega è anche il luogo dove emergono le asperità e le ferite del nostro essere umani, e dove serve maturità, compassione e consapevolezza.

Le rotture nelle congreghe non sono causate da guerre magiche o attacchi occulti, ma da banali problemi relazionali: insicurezze, paure, immaturità, difficoltà di leadership.
A far esplodere le congreghe sono gli stessi problemi che troviamo nei luoghi di lavoro, nelle famiglie e nei gruppi di amici.

Quando entriamo in una congrega con l’illusione di vivere una vita alternativa perfetta, stiamo preparando il terreno per la nostra insoddisfazione.

La figura di riferimento non è un guardiano di sogni.
È una persona che cerca semplicemente compagni affidabili e maturi, capaci di contribuire positivamente alla realtà di gruppo, senza pretendere che modifichi tutto per adattarsi ai nostri bisogni.

In congrega, da soli

La realtà è che quando entriamo in una congrega, lo facciamo sempre da soli.

Siamo soli, anche nelle risate in compagnia, anche nel toccare il sacro, anche nella paura dell’inaspettato.

Alcuni pongono il praticare in congrega come opposto al praticare in solitaria, ma questa è una sciocchezza.
Una congrega è sana quando ogni suo membro è anche, contemporaneamente, un praticante solitario.

Questo arricchisce la congrega e mantiene viva la consapevolezza della responsabilità personale.

Ci sono esperienze che solo il gruppo può donare e altre che devono essere vissute da soli.
E persino il membro più impegnato ha bisogno, a volte, di prendere una pausa e tornare a sé stesso.

Io stessa, guardando dove mi trovo oggi, devo ringraziare tutti coloro con cui ho camminato per avere aperto i miei orizzonti, e me stessa, per aver mantenuto la bussola puntata nella direzione giusta.

Il vero cammino verso casa

È rinunciando all’illusione di una famiglia magica, accettando di essere soli anche camminando mano nella mano, che possiamo davvero sentire la magia del nostro percorso.

Solo quando accettiamo che questa tensione verso un eterno ritorno resterà sempre parzialmente incompiuta, possiamo finalmente trovare la strada di casa.