Diana

Le acque del lago di Nemi risplendono, apparentemente placide, sotto la luce del sole primaverile. Le rive erbose si estendono in un largo abbraccio e, più in là, si scorgono le pendici del bosco, intricato ed austero, che si estende fino a dove l’occhio può arrivare, incontrando il cielo sul margine dell’antico cratere vulcanico.

Quello di Nemi è stato a lungo uno dei santuari più conosciuti e frequentati del mondo antico, la via Appia, che vi passava a fianco, era ingombra dei carri dei pellegrini, delle mani tese dei mendicanti, delle botteghe che realizzavano gli ex voto e le speciali forme di pane da offrire alla dea. Vi si recavano mercanti e allenatori di gladiatori; imperatori e schiavi; uomini e donne; nobili e plebei; malati in cerca di cura e future spose; famiglie in lutto e giovani sfaccendati a caccia di donne.

Eppure, nonostante una frequentazione di migliaia di anni, l’area sacra di Nemi conserva intatte le proprie aree di silenzio, i luoghi dove il Mistero sussurra indisturbato. Nei boschi ombrosi pare ancora di scorgere la sagoma del rex, predatore e preda, che si nasconde da qualsiasi occhio umano, come i suoi innumerevoli predecessori; nelle acque buie e profonde riposano centinaia di lanterne, utilizzate per antichi riti di necromanzia; a nord, le grotte, luogo di accesso agli inferi, riposano immutate.

Qui è dove gli emarginati, i fuggitivi, potevano abbandonare la legge degli uomini e dedicare la propria vita alla dea, ai boschi e a un rituale di sangue; qui è dove i nostri antenati si recavano in cerca di rinascita; qui è dove i mondi si uniscono e si confondono, dove gli abissi toccano le vette.

Qui è dove anche gli dei venivano a morire.

Resta poco del grandioso tempio dal tetto d’oro, così come delle celle cariche di doni e del grande ninfeo di Egeria; ma il vero tempio, quello che i popoli antichi hanno venerato sin dal neolitico, è ancora lì: il corpo vivo di Diana, il nucleo e la mappa del Mistero è ancora a Nemi. E si nasconde in piena vista.

Sin da quando i primi segni di un ritorno agli antichi politeismi si sono manifestati in Europa, Diana ha ricoperto un ruolo centrale e multisfaccettato.

Se nel medioevo veniva presa in considerazione quasi esclusivamente in quanto simbolo di castità e purezza, durante  il periodo romantico si ha una riscoperta del suo aspetto più selvaggio, che ben si accompagnava ad un ritrovato gusto per l’irrazionale: le selve, la luna, la notte… sono tutti elementi che abbondano nelle espressioni artistiche e letterarie di questa fase storica. 

Dal punto di vista più specifico della storia dei movimenti neo-pagani e della wicca (che, ovviamente, si inseriscono a pieno diritto all’interno di questa fase storica e le cui origini si collocano proprio in questo massiccio mutamento culturale (1)), il confluire degli studi di C.G. Leland nella zona tosco-emiliana (2), di “White Goddess” di Graves (3) e, successivamente, delle riflessioni di Z. Budapest (4), concorrono ad assicurare a Diana un ruolo centrale nei miti di fondazione e nell’ortoprassi della wicca gardneriana.

In tempi più recenti, una massiccia opera di divulgazione e di rielaborazione delle cosiddette tesi legate alle “Civiltà della Dea” e al matriarcato in epoca pre e proto-storica (tesi che, a intermittenza, sono state sviluppate dalla fine del ‘700 fino agli anni ’40) e la comparsa di nuove forme di “stregoneria italiana” provenienti dagli Stati Uniti hanno portato a nuove rielaborazioni della figura di Diana. Questa Dea viene presentata, da una parte, come antica dea madre italica, legata a un culto prettamente femminile e coinvolta in una relazione con un paredro “vegetale”, che ricalcherebbe il modello Ishtar-Tammuz e le teorie di Frazer (5); dall’altra, come potente dea della streghe, onorata in sud Italia (particolarmente in Sicilia) tramite un culto millenario che precederebbe l’arrivo dei coloni greci e le cui caratteristiche sarebbero state trasmesse oralmente sino ai giorni nostri, per essere custodite e divulgate nelle terre di oltreoceano (6).

In tutto questo, verrebbe da chiedersi, dov’è Diana?

È la fanciulla vergine e casta, eppure infinitamente conturbante, dei nostri antenati medioevali? È la signora dei luoghi selvaggi, delle belve e dei sacrifici di sangue? È solo un calco italico dell’Artemide greca? È la madre che presiede a un culto agricolo, oppure è la vergine indomabile dei riti legati alla caccia? È la signora delle donne e della stregoneria, oppure è connessa ad antichi riti iniziatici maschili?

La dea sembra prendersi gioco di noi e divertirsi a nascondersi dietro le infinite maschere che le vengono apposte: inafferrabile e libera da ogni costrizione, non manca mai di ribellarsi ai gioghi che le vengono imposti da chi non riesce a rispettarne l’essenza autentica (che è, per propria natura, avversa ai confini) lasciando dietro di sé, come oggetto di adorazione, solo un simulacro delle altrui idee e convinzioni.

Il luogo di culto principale di Diana si trovava nei pressi dell’antico centro di Aricia, sul lago di Nemi. Luogo di immenso valore storico, in cui si sono dispiegate importanti vicende legate agli albori della Repubblica Romana e alla fusione con le genti latine e in cui si sono esplicitate le tensioni e le inquietudini che hanno caratterizzato l’inizio dell’impero. Ma la sacralità di questo luogo affonda le proprie radici in tempi ben più remoti, con tracce di frequentazione e di culto risalenti almeno all’età del bronzo, se non all’epoca neolitica.

Questa tendenza a voler imbrigliare la natura della dea, a piegarla per rispondere a interessi o a visioni del mondo in contrapposizione tra loro, si esplicita anche nel mondo della ricerca accademica, dove troviamo una dea delle donne originariamente estranea alla caccia (come negli studi di Wissowa (7)), oppure una divinità strettamente connessa a riti tribali di successione del potere o, ancora, un calco culturale che accoglie, quasi passivamente, le caratteristiche di dee straniere come Artemide e Ecate.

Gli studi e i record archeologici più recenti hanno da tempo dimostrato come l’idea di una Diana come dea prettamente femminile non sia sostenibile (8) e anche le tesi frazeriane, basate sul comparativismo estremo, che ne volevano fare una delle tante dee madri, legate a culti agresti, sono state da tempo accantonate. Persino l’etichetta di “potnia theron”, tanto in voga nell’ultimo secolo, è tutt’altro che chiara e significativa dal punto di vista storico (9). Cosa ci rimane in mano?

Il mio percorso accademico come archeologa non mi ha portata a cercare di rispondere a questa domanda utilizzando gli strumenti della mia formazione (le fonti scritte, le evidenze materiali e il lento lavoro della ricostruzione storica), finché questa dea non ha fatto sentire la sua presenza nella mia vita. Fu allora che tutto cambiò e che i due cammini che percorrevo da anni, come accademica e come praticante di magia, iniziarono a convergere e che questa domanda cessò di essere soltanto storica. Divenne personale.

Circa quindici anni fa decisi di ascoltare la chiamata di Diana e di sbirciare dietro la porta che aveva aperto per me, ed è così che è iniziato il viaggio più magico della mia vita. 

A dire il vero, inizialmente non ero proprio convinta. Ero ancora una giovane praticante, anche se avevo già diversi anni di esperienza alle spalle, e una giovane donna confusa. Diana non era “di moda” all’epoca (la Dea Madre era sulla bocca di tutti) e, come molti, avevo assorbito passivamente l’idea diffusa che il suo culto fosse esclusivamente centrato sulle donne, il che non era quello che stavo cercando. (10)

C’erano anche alcune cose molto spiacevoli che stavano accadendo nella mia vita e che mi avevano convinta di dover diventare più docile, di dover reprimere le parti più selvagge di me e incarnare un diverso modello di femminilità per diventare “una persona migliore”.

Poi arrivò Diana.

Incontrare i diversi volti della dea mi ha portata a svelare, accettare e amare tutte le parti di me stessa e a comprendere i misteri divini in un modo che va così oltre le graziose banalità che spesso si scambiano nei contesti “spirituali” da rendere ogni tentativo di descriverlo a parole quasi senza speranza.Come si può parlare di una magia che parla nel sangue e nelle ossa, che si sposta e si muove attraverso i secoli come l’essere vivente che è, sempre diversa ma sempre essenzialmente la stessa?
Come si può spiegare lo shock e la meraviglia che ti travolgono quando le cose in cui ti rendi conto di aver creduto solo vagamente sono improvvisamente lì, come forze attive che si manifestano nella tua vita e la cambiano per sempre.

Come si può parlare dei Misteri senza renderli meno di ciò che sono?

La verità è che non si può. Ciò che ho imparato in tutti questi anni è che si può solo mostrare la porta, come Diana fece per me e il Coniglio Bianco per Alice, e lasciare che curiosità e coraggio facciano il resto.

Questo è ciò che è accaduto a me ed è ciò che cerco di fare per gli altri quando condivido il mio cammino e la mia pratica con Diana Nemorensis: apro la porta, ma il viaggio è soltanto loro.

Se desideri scoprire tutti i dettagli sul Percorso di Diana e su come puoi muovere i primi passi su questo sentiero, clicca sul pulsante per scaricare la guida in PDF

Scopri di più sul Percorso di Diana
  1. R.Hutton “The Triumph of the Moon”, 1999
  2. C.G. Leland “Aradia, or the Gospel of the Witches”, 1899; “Etruscan Roman remains in popular tradition”, 1892.
  3. R. Graves “The White Goddess”, 1948.
  4. Z. Budapest, autrice e attivista, fondatore della tradizione Dianica.
  5. M. Marconi “Riflessi mediterranei della più antica religione laziale”, 1937.
  6. Le pubblicazioni che divulgano questo tipo di false credenze sono troppo numerose per essere elencate qui. R. Grimassi può tuttavia essere considerato uno dei principali sostenitori di questa tesi.
  7. G. Wissowa “Diana”, RE vol.5, 1905; “Religion und kultus der Romer” Munchen, 1912.
  8. Tra gli altri: C.M.C. Green “Roman religion and the cult of Diana at Aricia”, Cambridge 2007; Coarelli, Ghini, Diosono, Braconi “Il Santuario di Diana a Nemi”, 2014; F. Diosono “Nemi, nascita di un luogo sacro e del suo mito”, 2014; E. Malaspina “Diana nemorensis vs Diana aventinensis”, 1995; M. Moltesen “Diana and her followers in a late republican pediment from Nemi”, 2009; M. Nielsen and A.Rathje “Artumes in Etruria”, 2009.
  9. M.L. Nosch “Approaches to Artemis in Bronze Age Greece”, 2009.
  10. Per ragioni che mi sfuggono, tendo ad apprezzare la presenza maschile (tanto quanto quella femminile) e ho sempre preferito lavorare in gruppi misti. Sono anche, per mia disperazione, irrimediabilmente eterosessuale.