C’è posto per gli uomini qui? – Gli spazi pagani e il disagio maschile verso la leadership femminile

Se, come me, frequentate da tempo gli ambienti pagani e magici, potreste aver notato che molto spesso, soprattutto al di fuori degli ordini più “tradizionali” con una chiara struttura gerarchica, le donne tendono a essere la maggioranza.

Per molto tempo questo si è tradotto nella solita formula, ancora osservabile nella maggior parte delle chiese cristiane: un leader uomo circondato da un gran numero di ancelle devote che si occupano della gestione quotidiana delle cose. Tuttavia, negli ultimi venti o trent’anni (a seconda del paese che si prende in considerazione) le cose hanno iniziato a cambiare e la leadership femminile è diventata sempre più comune in queste realtà.

Questo a me pare un fenomeno del tutto naturale e il risultato del progressivo empowerment delle donne: sorelle capaci hanno iniziato a comprendere che potevano, di fatto, essere leader, e le persone alla guida di queste comunità hanno iniziato a riflettere più fedelmente la proporzione tra i generi che è presente nelle comunità stesse.

Tuttavia, mi è sempre più chiaro che molti uomini, anche quelli che si presentano come “alleati”, non stanno prendendo molto bene questo cambiamento.

NOTARE UNA TENDENZA

Fin da quando ero soltanto un’adolescente agli inizi di questo percorso, ho sempre fatto parte di gruppi misti. Non per via di una qualche convinzione ideologica o posizione socio-politica, ma semplicemente perché in genere non sono interessata ai temi e alle pratiche che vengono solitamente esplorati negli spazi esclusivamente femminili.

In termini pratici, questo significa che la maggior parte dei gruppi che ho guidato erano composti da una maggioranza di donne e una piccola minoranza di uomini e, nel corso degli anni, ho notato una tendenza interessante.

Molto spesso gli uomini, soprattutto quando sono relativamente nuovi nel gruppo, si avvicinano a me per porre domande di questo tipo:

“Perché ci sono così tante donne?”

“C’è spazio anche per gli uomini?”

“Vorrei andare più a fondo in questo percorso ma mi chiedo se gli uomini siano davvero benvenuti…”.

Inizialmente queste reazioni mi hanno lasciata perplessa e ora capisco che la mia incapacità di interpretare questo fenomeno era dovuta al fatto lo stavo osservando attraverso la lente dell’esperienza femminile. Quando le donne esprimono disagio in uno spazio frequentato prevalentemente da uomini, di solito significa che hanno paura per la propria sicurezza o che si sentono discriminate in un qualche modo. Così ho cercato di capire perché questi uomini potessero avvertire queste sensazioni, anche se non riuscivo a individuare comportamenti (da parte delle donne che guidavano o frequentavano quegli spazi) o ragioni strutturali che le potessero generare. Ho parlato con loro e ho chiesto di chiarire cosa intendessero davvero con quelle osservazioni.

Ho imparato molto.

 

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QUELLO CHE DICONO VS QUELLO CHE INTENDONO

Ho scoperto che dietro quelle domande non c’era realmente una sensazione di paura per la propria incolumità o di non essere benvenuti, ma qualcosa di molto diverso. Questi uomini stavano sperimentando lo stesso disagio che le donne provano ogni volta in cui fanno parte di una realtà dove i ruoli di leadership sono occupati sistematicamente da uomini: qualcosa con cui noi ci confrontiamo ogni singolo giorno, pur rappresentando poco più della metà della popolazione, praticamente in tutti quei luoghi (fisici o meno) in cui il vero potere viene esercitato.

Ho capito che questi uomini chiedono “C’è posto per me qui?” non perché abbiano subito discriminazioni o siano stati fatti sentire indesiderati, ma perché, forse per la prima volta nella loro vita, si trovano a voler appartenere a uno spazio in cui il loro genere non è la norma implicita.

Quando dicono “Mi chiedo se gli uomini siano benvenuti qui”, quello che stanno davvero chiedendo è: “Potrei diventare un leader rispettato qui? C’è spazio per me ai vertici?”

Ho iniziato a rendermi conto che molti uomini entrano in una stanza, vedono che sono principalmente donne a mandare avanti le cose e, invece di arrivare alla conclusione naturale che una schiacciante maggioranza femminile tra i partecipanti si rifletta inevitabilmente anche nei ruoli di leadership di quella comunità, avvertono immediatamente il timore di non poter “fare carriera” o di non essere considerati membri altrettanto validi solo a causa del loro genere.

In breve, la loro reazione istintiva è la paura di ricevere lo stesso trattamento che è stato storicamente riservato alle donne nelle società patriarcali.

“QUESTA COSA MI METTE A DISAGIO: POTRESTE TENERMI LA MANO MENTRE ELABORO IL FATTO CHE NON SONO SEMPRE AL CENTRO DI TUTTO, OVUNQUE IO VADA?”

A volte queste domande rappresentano soltanto una reazione impulsiva a quel primo senso di disagio, che tende a dissolversi man mano che le persone si integrano nel gruppo e riescono a lasciar andare quella reazione istintiva in maniera sufficiente da essere in grado di percepire che sì, vengono effettivamente accolte e valorizzate esattamente come tutti gli altri.

Tuttavia, non è sempre così.

Alcuni uomini rendono chiaro che il disagio che provano è un problema che TU (ovvero la donna che ricopre quel ruolo di leadership) devi risolvere, e che tutto ciò che li circonda deve mutare per adattarsi alla loro sensibilità.

“Usare il plurale generico femminile per un gruppo composto al 90% da donne non è carino: perché non possiamo usare il plurale generico maschile (AKA il default), invece?”

“Perché ci sono così pochi uomini? Non dovreste impegnarvi deliberatamente per attirarne di più?”

“Perché esistono cerchi esclusivamente femminili? Non è giusto. Dovresti parlare con le donne che li organizzano e spiegare loro che noi uomini dobbiamo poter accedere agli spazi centrati sulle donne, così potrete insegnarci a essere migliori.”

“Perché non dovremmo avere anche cerchi esclusivamente maschili? Non potreste organizzarli voi per noi?”

Tutte queste sono cose che mi sono state dette da partecipanti uomini.

E se quando ero più giovane avevo la pazienza di sorridere e scegliere con attenzione le parole per aiutarli a decostruire e mettere in discussione il ragionamento dietro quelle pretese, oggi sento che la mia tolleranza verso questo tipo di comportamento si sta esaurendo.

Cari uomini che siete del tutto a vostro agio in un ambiente a prevalenza femminile fintanto che questo rimane a guida maschile, ma provate uno strano disagio quando la leadership cambia di genere, ho una cosa importante da dirvi: Dateci. Un. Taglio.

Imparate a gestire questo disagio senza trasformarlo in un problema per tutti gli altri: probabilmente nel processo imparerete qualcosa di molto prezioso.

Le donne presenti in quegli spazi vi devono soltanto la stessa cortesia, rispetto ed equità che estendono a chiunque altro: non sono lì per farvi da madri né per svolgere un qualsivoglia lavoro emotivo, spirituale o di autoconsapevolezza al posto vostro.

Le leader donne non sono lì per chiedervi perdono della loro mancanza di un pene e per fare ammenda sforzandosi di costruire la realtà che voi preferireste, mentre restate seduti ad aspettare che vi venga consegnata tra le mani. Se sognate una comunità pagana maschile più numerosa, vivace, sana e intraprendente, rimboccatevi le maniche e datevi da fare.

E a tutti quegli uomini che hanno provato questa reazione istintiva, l’hanno riconosciuta per quello che era e l’hanno volutamente messa da parte, o che non si sono mai nemmeno posti il problema: spero che il futuro che sta davanti a noi avrà sempre di più il vostro volto.

 

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